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per la lotta al cancro del polmone

Quando si avvicina la TAC: scanxiety e paura della recidiva nel tumore del polmone

Per molti pazienti operati o trattati per un tumore del polmone esiste un momento particolare che tende a ripetersi nel corso degli anni.

Per settimane o mesi la vita procede normalmente. Si lavora, si viaggia, si torna progressivamente alle proprie abitudini. Poi si avvicina la data del controllo. Da quel momento qualcosa può cambiare.

Un dolore toracico che fino alla settimana precedente sembrava poco importante diventa improvvisamente sospetto. Una tosse viene osservata con maggiore attenzione. Un episodio di fiato corto può far pensare che la malattia sia tornata. Il sonno diventa più leggero e il pensiero del controllo o della visita compare più frequentemente durante la giornata.

Questa esperienza è talmente comune tra i pazienti oncologici che negli ultimi anni è entrato nella letteratura scientifica un termine specifico: scanxiety, dall’unione delle parole inglesi scan e anxiety.

Non rappresenta necessariamente una malattia o un disturbo d’ansia. In molti casi è una reazione comprensibile all’incertezza legata a un esame che può confermare che tutto procede bene oppure, almeno teoricamente, modificare nuovamente il percorso della persona.

La paura che il tumore possa tornare

La scanxiety è strettamente collegata a un fenomeno più ampio, definito fear of cancer recurrence, cioè paura della recidiva. Dopo un trattamento oncologico, sapere razionalmente che la malattia è stata asportata o controllata non significa necessariamente riuscire a dimenticare completamente la possibilità che possa tornare.

Una certa attenzione è normale. In alcuni casi è persino utile: favorisce l’aderenza ai controlli, porta a riferire nuovi sintomi e mantiene un rapporto attivo con il percorso di cura. Il problema nasce quando questa paura diventa persistente, difficile da controllare e comincia a interferire con la vita quotidiana.

Nel tumore del polmone il fenomeno sembra particolarmente rilevante. In uno studio su 949 pazienti con neoplasia polmonare che avevano completato il trattamento, più della metà presentava livelli elevati di paura della recidiva. Un altro studio su 727 pazienti senza evidenza di malattia ha mostrato che circa il 31% presentava livelli intermedi di fear of recurrence e quasi il 20% livelli clinicamente rilevanti. Questo significa che anche nei pazienti liberi da malattia la paura può continuare a essere presente a lungo dopo il trattamento.

Scanxiety e paura della recidiva non sono la stessa cosa

I due fenomeni sono strettamente collegati, ma non coincidono. La paura della recidiva può essere presente in modo più generale: emerge quando compare un nuovo sintomo, quando si parla della malattia o, semplicemente, quando si ripensa al periodo della diagnosi e del trattamento.

La scanxiety, invece, tende ad avere un andamento più ciclico. Compare o aumenta quando si avvicina una TAC, una PET, un altro controllo radiologico o una visita. Può crescere nei giorni precedenti all’esame e spesso raggiunge il momento di maggiore intensità nell’attesa del risultato. Poi, quando la TAC è negativa, nella maggior parte dei pazienti la tensione si riduce.

Studi condotti specificamente nei pazienti con tumore del polmone hanno confermato questa dinamica. In uno studio che ha seguito quotidianamente pazienti trattati con intento curativo nei sette giorni precedenti alla TAC, l’ansia associata al controllo variava significativamente all’avvicinarsi dell’esame ed era influenzata dal modo in cui ogni persona cercava di anticipare mentalmente il possibile risultato.

Il problema non è quasi mai la TAC

Quando si parla di scanxiety, si potrebbe pensare che il problema sia l’esame radiologico. In alcuni pazienti esistono effettivamente difficoltà legate alla procedura: claustrofobia durante una PET o una risonanza, fastidio per il mezzo di contrasto, paura delle radiazioni o semplicemente il disagio di trovarsi nuovamente in ospedale. Ma molto spesso il problema non è la TAC, ma ciò che la TAC rappresenta.

Prima del risultato esistono contemporaneamente due possibilità: tutto continua normalmente oppure qualcosa potrebbe essere cambiato. Questo stato di incertezza è probabilmente uno degli aspetti più difficili da gestire.

Le revisioni della letteratura mostrano infatti che uno dei periodi più stressanti non è necessariamente quello dell’esame, ma l’intervallo tra l’esecuzione della TAC e la comunicazione del risultato. È un dato che riconosciamo facilmente anche nella pratica clinica. Molti pazienti raccontano di riuscire a gestire abbastanza bene i giorni prima dell’esame, ma di trovare più difficile sapere che “la risposta esiste già” e dover aspettare per conoscerla.

Quando ogni sintomo sembra diverso

Come già discusso nei precedenti articoli della rubrica, dopo un intervento o altri trattamenti possono persistere sintomi come dispnea, fatigue, tosse o dolore toracico.

Questi sintomi non cambiano necessariamente quando si avvicina la TAC. Cambia però il significato che il paziente attribuisce loro. Un dolore della parete toracica presente da mesi può improvvisamente essere interpretato come un segnale di recidiva. Una tosse occasionale può diventare motivo di preoccupazione. Una giornata con maggiore affaticamento può essere osservata con un’attenzione completamente diversa rispetto al mese precedente.

Questo fenomeno è stato documentato anche scientificamente. Nello studio su 727 pazienti liberi da recidiva, la presenza di dolore toracico importante era associata a una probabilità quasi cinque volte maggiore di presentare una paura clinicamente rilevante della recidiva. Anche dispnea e difficoltà nella deglutizione risultavano associate a livelli più elevati di paura.

Questo non significa naturalmente che questi sintomi siano “solo ansia”. Significa che sintomo e interpretazione del sintomo sono due cose differenti, e che durante il follow-up è importante valutarle entrambe.

Il controllo può generare ansia, ma anche restituire sicurezza

Esiste però un aspetto della scanxiety che viene raccontato meno frequentemente. Il controllo non produce soltanto ansia, ma può anche avere l’effetto opposto.

Uno studio qualitativo ha intervistato 25 pazienti trattati con intento curativo per tumore del polmone e 17 familiari o caregiver. Molti descrivevano una preoccupazione ricorrente prima del follow-up, talvolta sufficientemente intensa da interferire con la quotidianità. Dopo un controllo favorevole, però, la TAC restituiva sicurezza e una sensazione di controllo sulla propria salute.

Questo è un punto importante. Non dobbiamo interpretare il follow-up esclusivamente come una fonte di stress. Per molti pazienti rappresenta anche una conferma periodica che il percorso sta procedendo bene. Quindi, la stessa TAC che genera preoccupazione nei giorni precedenti può diventare, quando il risultato è favorevole, uno strumento di rassicurazione.

Scanxiety e paura recidiva

Anche i familiari aspettano quella TAC

La paura legata ai controlli non riguarda soltanto il paziente. Familiari e caregiver vivono spesso lo stesso periodo di incertezza.

In ambulatorio non è raro osservare situazioni molto diverse. Alcune volte è il paziente a essere visibilmente preoccupato mentre il familiare cerca di rassicurarlo.

In altri casi accade esattamente il contrario: il paziente appare tranquillo e la persona che lo accompagna pone ripetutamente domande sulla TAC, sui noduli o sulla possibilità di una recidiva.

Gli studi sui “lung cancer survivors” mostrano che anche i caregiver possono sviluppare una significativa tensione psicologica legata ai controlli e che il colloquio con il medico è percepito come una parte importante del follow-up, non soltanto per conoscere il risultato dell’esame, ma anche per ritrovare una sensazione di sicurezza.

La malattia oncologica entra inevitabilmente anche nella vita della famiglia e, quando arriva il momento della TAC, l’attesa viene spesso condivisa.

Quando la paura diventa un problema

Essere preoccupati prima di una TAC non significa avere un disturbo psicologico. Una certa ansia è una risposta comprensibile.

Il problema nasce quando la paura comincia a occupare uno spazio sproporzionato nella vita quotidiana. Se nelle settimane precedenti al controllo il paziente dorme poco, evita di programmare attività o viaggi, controlla continuamente il proprio corpo oppure non riesce a concentrarsi sul lavoro o sulle normali attività, quella paura merita maggiore attenzione.

Lo stesso vale se la preoccupazione non si riduce neppure dopo un controllo rassicurante. In questi casi può essere utile parlarne apertamente durante la visita e, quando necessario, coinvolgere uno psicologo con esperienza oncologica.

Cosa può aiutare davvero

Non esiste una strategia unica capace di eliminare completamente la scanxiety. L’obiettivo è evitare che ogni controllo trasformi giorni o settimane della vita del paziente in un periodo dominato dalla paura. Può aiutare:
– ridurre, anche se non sempre possibile, il tempo tra l’esecuzione della TAC e la comunicazione del risultato;
– spiegare chiaramente al paziente cosa stiamo controllando;
– chiedere direttamente al paziente come vive i giorni che precedono l’esame.

Come riportato nel precedente articolo, il follow-up non significa che il medico ritenga ancora presente la malattia; inoltre, soprattutto negli stadi iniziali, tali controlli possono essere progressivamente adattati al rischio individuale.

Nei pazienti con maggiori difficoltà, invece, possono risultare più utili interventi psicologici mirati e tecniche di gestione dello stress. Ma spesso il primo passo è più semplice: riconoscere che questa paura esiste e permettere al paziente di parlarne. L’obiettivo, infatti, non è eliminare ogni incertezza, ma evitare che il pensiero della recidiva occupi il tempo tra una TAC e l’altra.

Dr. Giovanni Leuzzi
Division of Thoracic Surgery
Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori
Milan – Italy

BIBLIOGRAFIA

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