Riserva funzionale e resilienza biologica: perché non partiamo tutti dallo stesso punto
Quando discutiamo di tumore del polmone, la conversazione si concentra quasi sempre su stadio, istologia, alterazioni molecolari e opzioni terapeutiche. È assolutamente corretto: sono elementi decisivi. Tuttavia, chi lavora a contatto con i pazienti sa che esiste un’altra variabile, meno visibile ma altrettanto determinante.
Due persone con lo stesso stadio di malattia e lo stesso trattamento possono avere percorsi molto diversi. Recuperi differenti dopo un intervento chirurgico. Tolleranza non sovrapponibile alla chemioterapia. Livelli di stanchezza, autonomia e qualità della vita (QOL) che divergono in modo evidente. La differenza, spesso, non sta nel tumore ma nella riserva funzionale.
Nel primo articolo abbiamo parlato di QOL come esperienza vissuta. Ora facciamo un passo indietro: proviamo a capire da dove nasce davvero quella esperienza.
Il corpo sotto stress: cosa succede davvero
Il tumore è uno stress sistemico. Le terapie oncologiche – chirurgia, chemioterapia, immunoterapia o terapie target – rappresentano uno stress aggiuntivo. L’organismo reagisce attivando una risposta infiammatoria cronica di basso grado, modificando il metabolismo energetico e alterando l’equilibrio tra massa muscolare e massa grassa.
La riduzione dell’attività fisica, che spesso accompagna la diagnosi e il percorso terapeutico, innesca un circolo vizioso: meno movimento significa minore stimolo anabolico, perdita progressiva di massa muscolare, calo della capacità aerobica e aumento della percezione di fatica.
La diminuzione del VO₂peak (picco di consumo di ossigeno) non è solo un dato fisiologico. È l’indicatore della capacità dell’organismo di trasportare e utilizzare ossigeno durante uno sforzo. In altre parole, è la misura della “potenza del motore”. Un motore meno efficiente tollera peggio uno stress chirurgico, recupera più lentamente e sopporta con maggiore difficoltà i trattamenti sistemici.
Il muscolo scheletrico, inoltre, non è un semplice tessuto meccanico. È un organo endocrino attivo che produce miochine con effetti immunomodulatori e anti-infiammatori. Ad esempio, modelli preclinici hanno mostrato che l’esercizio può aumentare l’infiltrazione intratumorale di cellule natural killer (NK) e modulare l’ambiente immunitario. Inoltre, in un modello murino di carcinoma polmonare di Lewis, l’attività fisica volontaria è stata associata a una riduzione del volume tumorale superiore al 50% rispetto ai controlli sedentari.
Questi dati non sono direttamente trasferibili alla pratica clinica quotidiana, ma indicano un principio importante: la condizione funzionale non è neutra rispetto alla biologia della malattia.
Non tutti partono dalla stessa linea di partenza
Il performance status (PS) rimane uno strumento utile, ma ha limiti evidenti. Due pazienti classificati come PS 0 possono avere profili biologici molto diversi: uno con buona massa muscolare e adeguata capacità aerobica, l’altro con sarcopenia (perdita progressiva e generalizzata di massa, forza e funzionalità muscolare) subclinica e ridotta resilienza fisiologica.
Studi sulla composizione corporea nei pazienti con NSCLC resecabile hanno documentato che la perdita di massa muscolare è frequente anche negli stadi iniziali e può influenzare il recupero post-operatorio e la tolleranza ai trattamenti. Parallelamente, il concetto di resilienza funzionale – la capacità di recuperare una funzione dopo un insulto acuto – sta emergendo come possibile indicatore prognostico.
Sempre più evidenze suggeriscono che la funzione fisica e la QOL non siano soltanto conseguenze della malattia, ma possano avere un valore predittivo sugli esiti clinici nel tempo. La traiettoria funzionale, cioè come il paziente recupera o perde funzione nei mesi successivi alla terapia, sembra essere una variabile clinicamente rilevante.
In questo senso, la riserva funzionale rappresenta il punto di partenza di ogni percorso terapeutico.
Chirurgia: prepararsi cambia il recupero
Nel carcinoma polmonare in stadio iniziale, la resezione chirurgica rappresenta la terapia principale e potenzialmente curativa. Tuttavia, l’intervento comporta inevitabilmente una riduzione temporanea della capacità funzionale e della QOL.
In uno studio prospettico su 260 pazienti di età superiore ai 70 anni sottoposti a resezione polmonare per NSCLC, il punteggio globale di QOL (EORTC QLQ-C30 Summary Score) è passato da un valore mediano di 90,1 nel pre-operatorio a 81,5 a un mese dall’intervento, con un recupero verso i valori basali entro tre mesi. Il dato più interessante non riguarda tanto il calo iniziale – prevedibile – quanto il fattore associato al recupero: la riduzione della distanza percorsa al test del cammino di 6 minuti (6MWT) nel periodo perioperatorio è risultata il principale predittore indipendente del punteggio di QOL a 1, 3 e 6 mesi. Quindi non l’età o il tipo di resezione o le comorbidità preesistenti.
Solo la perdita di capacità funzionale.
Qui entra in gioco la prehabilitation, ovvero un percorso multidisciplinare preoperatorio (o pre-trattamento in generale) che mira ad ottimizzare le condizioni fisiche, nutrizionali e psicologiche del paziente prima di un intervento (o di un trattamento). Una revisione della letteratura sui programmi di esercizio preoperatorio nei pazienti con NSCLC ha mostrato che l’allenamento prima dell’intervento è associato a una riduzione del rischio di complicanze polmonari post-operatorie di circa il 67%. Inoltre, i pazienti sottoposti ai programmi di esercizio hanno presentato una riduzione della degenza ospedaliera di circa 4 giorni e un miglioramento significativo della distanza percorsa al 6MWT nel periodo pre-operatorio. Allo stesso modo, anche programmi brevi della durata di 2–4 settimane, se eseguiti con frequenza adeguata (fino a 3–5 sessioni settimanali), sono stati in grado di migliorare la capacità aerobica e attenuare la perdita di fitness cardiorespiratoria nel periodo perioperatorio.
Preparare il paziente prima dell’intervento non significa semplicemente “allenarlo”. Significa aumentare la capacità di adattamento allo stress chirurgico e, quindi, ridurre il divario tra insulto e recupero.
Terapia sistemica e malattia avanzata: la riserva conta ancora
Se nella chirurgia l’obiettivo è ridurre complicanze e accelerare il recupero, nella malattia avanzata la sfida è prevenire il declino funzionale progressivo.
Nei pazienti con carcinoma polmonare in fase avanzata, la combinazione tra malattia, trattamenti sistemici e riduzione dell’attività fisica determina spesso un peggioramento cumulativo di:
• capacità aerobica
• forza muscolare
• QOL
• autonomia nelle attività quotidiane
Anche in questa tipologia di pazienti, una revisione della letteratura sull’esercizio fisico ha mostrato che i programmi supervisionati da un fisioterapista sono associati a un miglioramento medio della distanza al 6MWT di circa 63 metri rispetto ai controlli e a un miglioramento significativo della QOL.
In questo contesto, l’esercizio non è orientato alla “performance”, ma al mantenimento. Infatti, anche prevenire un declino marcato può rappresentare un beneficio clinicamente significativo.
Nei pazienti trattati con terapie target, come quelli con riarrangiamenti ALK, la sopravvivenza si è progressivamente allungata negli ultimi anni, trasformando in molti casi la malattia in una condizione cronica. In questo scenario, non è più sufficiente valutare la sola risposta radiologica: diventano centrali la stabilità dei sintomi, il mantenimento dell’autonomia e la preservazione della capacità funzionale nel tempo. Studi recenti nei pazienti con alterazioni oncogeniche hanno mostrato che, anche in presenza di controllo di malattia, la fatigue e il declino dell’attività fisica possono incidere significativamente sulla QOL percepita. In questi casi, la gestione della QOL e della funzione fisica diventa parte integrante della strategia terapeutica a lungo termine, al pari del monitoraggio radiologico e molecolare.
Una variabile che anticipa l’esito
Integrare la valutazione funzionale e la QOL nel percorso terapeutico significa riconoscere che l’organismo non è un semplice contenitore della malattia, ma un sistema dinamico che reagisce, si adatta e, in parte, può essere allenato.
La riserva funzionale può modulare:
• il rischio di complicanze
• la velocità di recupero
• la tolleranza ai trattamenti
• la traiettoria della QOL nel tempo
Non partiamo tutti dallo stesso punto, ma, a differenza di molte altre variabili oncologiche, questo punto di partenza può essere almeno in parte modificato.
Questo non significa che il paziente debba “fare di più” o sentirsi responsabile dell’andamento della malattia. Significa, piuttosto, che esiste uno spazio di intervento concreto: mantenere un livello di attività fisica adeguato alle proprie condizioni, contrastare il decondizionamento, preservare la massa muscolare e la capacità aerobica.
Nelle fasi iniziali, questo può voler dire camminare a passo veloce (o cyclette) con regolarità per 30 minuti al giorno, svolgere esercizi respiratori, dedicare tempo a un programma di riabilitazione o prehabilitation quando indicato. Nelle fasi più avanzate, può tradursi in esercizi adattati, brevi sessioni di mobilizzazione quotidiana, esercizi di forza leggera o attività supervisionate che aiutino a contenere la perdita di autonomia.
Il supporto dei familiari e dei caregiver è fondamentale: incoraggiare il movimento, accompagnare alle sedute riabilitative, condividere una passeggiata, sostenere la continuità di piccoli gesti quotidiani che mantengono attivo il corpo e la mente.
Preparare il corpo, preservare la funzione, sostenere la resilienza biologica non sono interventi accessori: sono parte integrante della cura, tanto quanto le decisioni terapeutiche.
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Dr. Giovanni Leuzzi
Division of Thoracic Surgery
Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori
Milan – Italy


