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La speranza come disciplina: camminare dentro l’incertezza

7 Febbraio 2026

Buongiorno, ho 54 anni e sto per iniziare la terapia, questi sono i giorni dell’ attesa dopo aver scoperto della malattia.

Mi chiedo spesso come si possa fare per cercare una visione positiva e di speranza e la voglia di fare ancora piccoli progetti.

Grazie mille

Michela

Buongiorno Michela.

Il periodo dopo la diagnosi che sta vivendo, è un periodo spesso caratterizzato da continui disequilibri e di conseguenza da una continua ricerca di assetti diversi e nuovi.

É stato descritto da più parti “come un terremoto”, comunque un periodo molto delicato tra allerta e smarrimento, spesso vissuto come un periodo di attesa, così come anche lei stessa chiama questi giorni.

È uno spazio dove possono coesistere sentimenti molto contrastanti, ci sono da affrontare gli aspetti emotivi, spesso con vissuti di ansia, paura, rabbia, più o meno intensi e a volte improvvisi e travolgenti; può esserci un diverso approccio alla gestione del tempo, inoltre possono esserci risposte psicologiche varie che vanno dal disorientamento o al contrario alla necessità di attivarsi per avere un controllo maggiore di quanto sta succedendo.

Mi preme cercare di rassicurarla che tutto questo è naturale, comune, fa parte della gestione dello shock del trauma che segue una diagnosi, nel processo di adattamento alla diagnosi stessa e a questo nuovo capitolo della vita di una persona.

Ai miei pazienti dico che “non si “accetta” una diagnosi di questo tipo, “si accettano i regali e i complimenti”, perché di fronte alla diagnosi di malattia grave “ci si adatta”, si trova un modo per continuare la propria vita nonostante quella diagnosi e nonostante sia cambiata la condizione di salute in cui ci si trova.

La malattia non ha per forza a che fare con l’assenza di benessere così come la salute non è solo assenza di malattia ma un insieme di equilibri.

Alla sua domanda rispondo quindi che sicuramente è possibile cercare e trovare di nuovo la voglia di fare progettare e guardare avanti.

Avere una “visione positiva” a volte può risultare difficile perché si è in un momento molto complesso su più livelli.
É plausibile e nell’ordine naturale delle cose che le cose “non siano in ordine” durante questi momenti e quindi che non si riesca ad avere una chiarezza e a volte tantomeno una positività rispetto alla propria condizione, questo però non vuol dire che non si possa lavorare su questo.

Come dicevo gli equilibri si possono coltivare, ci si può allenare, il supporto psiconcologico e la riabilitazione oncologica servono a questo: a mantenere una buona qualità di vita o a recuperarla, in questo senso sono utili tutte le attività che si prendono del tempo e dello spazio rispetto alla malattia: coltivare relazioni, avere uno stile di vita attivo, dedicare del tempo a sé non soltanto per le cure, ma per il proprio “ben-essere”.

Mi piace pensare che la speranza sia una disciplina e che così come ci si allena per raggiungere un risultato anche la speranza richiede pratica e perseveranza per apprendere a guardare le cose in modo diverso, ad avere una visione più proattiva. Tutto fa parte del processo di adattamento.

Si parte dalle cose più piccole, si parte anche a volte da che cosa di buono c’è stato in quel giorno, che cosa di bello ho visto questa mattina, che cosa di buono ho mangiato, cosa ho ascoltato, che sguardi ho incontratopiccole cose che ci possono dare un po’ di soccorso e conforto nei momenti in cui le cose non sembrano proprio in ordine, piccole cose che possono fare “dispensa”.

La voglia di fare i piccoli progetti parte sempre da un primo passo, da una spinta a provarci e a spostarsi. Una delle cose che aiuta di più nel processo di adattamento alla malattia è la flessibilità e quindi la possibilità di poter fare anche solo dei piccoli passi proprio per “spostarsi” da dove si è.

Jodorowsky diceva “il primo passo non ti porta dove vuoi ma ti toglie da dove sei”.

Questo vale per il primo passo che lei farà con l’inizio della terapia, ma vale anche per il primo passo che lei farà per sentire che la sua vita ha tutta la dignità di continuare, nonostante questa diagnosi, a essere ricca e piena di cose e progetti.

Le auguro tanti piccoli passi.

Un caro saluto,

Dott.ssa Federica Ruffilli
Dirigente Psicologo Psicoterapeuta
Struttura Semplice di Psico-Oncologia
Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori
Meldola (Forlì Cesena)

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